Rosa e blu nell’infanzia: il potere del colore

  • Attivista per le pari opportunità ed esperta in gender gap

Fin da piccoli siamo abituati all’idea che esistano giocattoli per bambini e per bambine. Quanto influisce ciò sui nostri interessi e sul nostro modo di vestire?

Rosa e blu nell’infanzia: il potere del colore

Nel libro “Pink is the new black: Stereotipi di genere nella scuola dell’infanzia” di Emanuela Abbatecola e Luisa Stagi viene meravigliosamente analizzata questa tematica che coinvolge ciascuno di noi.

L’infanzia gioca un ruolo fondamentale nella vita dei bambini e delle bambine e l’educazione ad essa associata assume un’importanza determinante.

I bambini costruiscono la propria identità attraverso i giocattoli con cui scelgono di giocare, ma cosa accade se è la società stessa a deciderlo a seconda del loro genere?

Genderizzazione: il colore rosa e blu

Rosa e blu nell’infanzia: il potere del colore

Questo fenomeno di etichettare giocattoli come da femmina o da maschio prende il nome di “genderizzazione“. Genderizzare significa caratterizzare qualcosa affinché sia immediatamente chiaro il genere “di riferimento”. La modalità più diretta per farlo è attualmente l’utilizzo di specifici colori.

Come scrive Luisa Stagi nel libro “Pink is the new black”:

Il rosa, i fiori e i fiocchi sono per le femmine; il blu, il celeste e tutti gli altri colori per i maschi, come anche le macchine, lo sport, i soldatini. Sono confinamenti talmente ovvi, che non si mettono in discussione, e chi lo fa rischia di subire una stigmatizzazione. E cosa rappresentano i fiori, il rosa, i fiocchi e i lustrini se non il corrispettivo simbolico di attributi come la delicatezza, la frivolezza, l’apparenza? Caratteristiche che culturalmente vengono valorizzate come qualità femminili e che le bambine devono apprendere fin da piccolissime. Di contro, ai maschi è lasciata una gamma molto più vasta di colori e di territori simbolici, che hanno a che fare con lo spazio pubblico, con la competitività, con la fisicità, con quell’addestramento alla virilità, che, come ha spiegato Stefano Ciccone – sempre labile e provvisoria, poiché da confermare continuamente attraverso l’esibizione del controllo delle emozioni – rappresenta anch’essa una gabbia e una limitazione. Gli effetti di questa segmentazione dei valori, infatti, non si manifestano solamente sotto forma di oggetti, ma abbracciano ogni aspetto della vita del bambino e della bambina (ma anche dell’adolescente e dell’adulto/a), senza risparmiare gusti, carattere o personalità».

Curioso pensare a come, fino agli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, il rosa, assimilato al rosso, veniva utilizzato per l’abbigliamento maschile, mentre il blu, considerato più freddo e più calmo, per le bambine. Anche se allora non era così marcata questa differenziazione, era perlopiù una preferenza generale.

È dagli anni Quaranta che, in seguito agli studi di marketing che hanno raccolto e interpretato le preferenze dei consumatori americani, il rosa inizia ad essere assimilato alla femminilità, giungendo ad essere pregno di significato di genere negli anni Cinquanta, in concomitanza con la comparsa della Barbie.

Rosa e blu nell’infanzia: il potere del colore

Come può tutto ciò influenzare un/una bambin*?

Una recente ricerca (Bian, Leslie, Cimpian 2017) mostra come gli stereotipi che vengono assorbiti nell’infanzia portino ad una percezione differente delle proprie capacità e attitudini. L’esperimento che ha coinvolto 400 partecipanti con l’intento di individuare con più precisione il momento in cui nell’infanzia cambia la valutazione delle capacità di genere, colloca questo periodo tra i cinque e i sei anni.

Fino all’età di sei anni bambini e bambine forniscono valutazioni identiche riguardo al proprio genere; dai sette in poi le risposte cambiano. Secondo questa ricerca, a influenzare nettamente questa differenza nell’anno che intercorre è l’inizio della scuola, con la conseguente esposizione ai media e al giudizio dei pari.

È così che i/le bambin* assumono la prima considerevole dose di stereotipi sul “genere” dell’intelligenza, iniziando a interiorizzare le aspettative rispetto alle loro capacità e attitudini. La genderizzazione dei giocattoli, dunque, segue le esigenze sociali, svolgendo una funzione di addestramento a ruoli e a modelli sociali che collabora a illustrare e rafforzare.

Secondo delle analisi, gli stereotipi di genere hanno il potere di influenzare le future scelte dei/delle bambin*, e sono una delle cause del fatto che, a dispetto dell’entusiasmo che le giovani studentesse mostrano nei confronti delle materie scientifiche (il 39 per cento afferma di amare particolarmente l’informatica, il 38 per cento la matematica, il 36 per cento le scienze), solo il 9 per cento degli ingegneri della Gran Bretagna è donna.

Rosa e blu nell’infanzia: il potere del colore

Ma andiamo per ordine: come si sono stabiliti questi confini nel tempo?

Elizabeth Sweet ha scoperto, per esempio, che nei primi anni del Novecento i giocattoli erano pubblicizzati in modo neutro; nei cataloghi, sia nei giochi che negli annunci, si rintracciano pochi stereotipi. Da considerare, ovviamente, che in quel periodo l’acquisto di giocattoli era un fattore minimo nella vita quotidiana della maggior parte della popolazione.

La crescita dell’economia e del consumo e l’aumento della separazione delle sfere domestiche hanno reso in forte crescita, nel corso di venti anni, una differenziazione di genere nei giocattoli per bambini. Nei cataloghi che vengono analizzati nel 1925 metà delle pubblicità dei giocattoli risultano essere divisi per genere. Il 1945 è l’anno che segna il cambiamento verso una forte enfatizzazione dei ruoli di cura femminili nei giochi.

In questo periodo infatti, a seguito dello smantellamento del lavoro di fabbrica delle donne, che avevano sostituito gli uomini arruolati in guerra, la donna viene riconfinata nella sfera domestica, poiché in quella pubblica non serve più. Viene così riconfigurata la divisione dei ruoli originaria. I giocattoli vengono dunque progettati per preparare le ragazze a una vita di casa e le attività domestiche sono sempre più raffigurate come appaganti per le donne.

Tale processo arriva alla massima espressione negli anni Sessanta, quando la struttura sociale prevede un modello di famiglia che è funzionale se, al suo interno, presenta una netta divisione di ruoli e di funzioni. Mentre i giocattoli delle ragazze si concentrarono quindi sulla sfera domestica e di cura, i giocattoli dei ragazzi, tra gli anni Venti e gli anni Sessanta, saranno orientati alla preparazione del lavoro nell’economia industriale.

A metà degli anni Settanta, con l’entrata delle donne nel mondo del lavoro, vi sarà una sensibilizzazione sulla genderizzazione dei giochi, che tende quasi a scomparire dai cataloghi. Nel 1984 il cammino verso una neutralità dei giochi subisce una battuta d’arresto: la deregolamentazione della programmazione televisiva per bambini ha eliminato i vincoli sugli annunci pubblicitari per le aziende del giocattoli, rendendo il genere un tratto distintivo fondamentale per la costruzione di target nel mercato dei giocattoli.

Durante gli anni Ottanta, la pubblicità neutra pian piano scompare, fino ad arrivare al 1995 in cui i giocattoli genderizzati rappresentano di nuovo la metà dell’offerta di giochi nei cataloghi. Secondo la ricerca di Mona Zegaï condotta sulle pubblicità dei giocattoli dei grandi magazzini francesi dal 1980 al 2010, è all’inizio degli anni Novanta che vi è una nuova forte visione di genderizzazione, che coincide con il successo delle televisioni commerciali e del loro bisogno di differenziare il pubblico a fini pubblicitari.

Ed è in questo periodo, secondo la ricercatrice, che la divisione di genere comincia ad essere sempre più marcata; fino a quel momento, l’associazione tra gioco e genere, benché fosse sempre stata presente, si esprimeva in alcuni casi attraverso immagini che ritraevano i bambini e le bambine impegnati in giochi differenti e con scritte che richiamavano l’imitazione ai genitori ( “come la mamma…”).

Nei primi anni Novanta, invece, inizialmente compare la distinzione in categorie di giochi da bambini e da bambine, poi vengono assegnati ambiti ben distinti che i testi sottolineano e confinano. In questo ruolo di differenziazione i colori assumono un grande potere comunicativo, e il rosa diventa territorio esclusivo della femminilità.

Si auspica che sia proprio il crescente disagio di una maschilità tossica e opprimente a creare un modello educativo capace di abbattere le barriere di genere e di lasciar libero il bambino di esprimere se stesso e di seguire i suoi reali interessi, senza precludersi nulla per non deludere le aspettative di genere.