Vogue: storia e curiosità

Il giornalismo di moda è qualcosa di molto più complesso del semplice mostrare abiti e accessori. La moda, grazie alla sua potenza e ai messaggi che riesce a trasmettere è stata un’alleata dei “buoni” in numerose occasioni. Ricordiamo oggi l’impegno di Vogue durante i conflitti mondiali.

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La moda, così’ come l’arte e la musica, è un linguaggio universale che è in grado di portare con se diversi messaggi. Dopo aver visto però come la moda e il suo universo influenzi il mondo, continuare a pensare alla carta stampata come eterna verità, unico faro di informazione di qualità, è assolutamente sbagliato, la moda è arte, chi ne fa parte è un artista e si è consci del fatto che l’arte ha una potenza sociale, ed innumerevoli volte è stata la promotrice di un cambiamento radicale nella società.


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Un esempio primario su tutti è sicuramente quello di Vogue, e l’importanza di questa rivista durante momenti storici importanti.

Vogue durante i conflitti mondiali

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Fondato nel 1892 da Arthur Baldwin Turnure, fu rilevata nel 1909 dalla casa editrice Condè Nast che ancora oggi produce il mensile. Il magazine è edito in ventuno nazioni, in 16 lingue.

Nell’aprile 2020 infatti appare un articolo scritto da Chiara Bardelli Nonino, photography editor di Vogue Italia, dal titolo “Questo non è (solo) un giornale di moda”, nel quale si legge un po’ della storia di come questa rivista non sia solo un frivolo insieme di notizie sulla moda, ma qualcosa di molto di più.

Quando nel 1946 la potentissima direttrice di Vogue Edna Woolman Chase rinnova la domanda di Nast, Withers risponde con un memo che è quasi un manifesto, e dice più o meno questo: Vogue non potrà mai più essere un semplice magazine di moda. Ha il dovere morale di coprire tutto quello che accade, e che influenza la vita delle donne a cui si rivolge. La moda, ovviamente, rimarrà sempre in primo piano, ma il magazine dovrà essere apertamente progressivo e impegnato. Per un semplice fatto: non dire nulla è comunque un gesto politico che equivale ad accettare lo status quo. E questo, certo non è Vogue;


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Vogue come il messaggero della verità

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Durante l’occupazione nazista, tutte le forme d’arte che non rappresentassero la potenza della popolazione ariana andavano cancellate poiché rischiavano di distogliere l’attenzione dalla razza pura e avrebbero potuto creare movimenti e forme di pensiero a sfavore del movimento stesso.

Di fatto Hitler tentò di prendere il dominio anche dell’alta moda, ma non riuscirono a prendere il possesso di Vogue Paris che fu costretta a chiudere. L’unico baluardo di resistenza diventò il Vogue britannico che, di fatto:

anche durante il Blitz, continuava a uscire. E non solo, era diventato un interlocutore di primo piano del Ministry of Information. Istituito nel 1939, il MoI aveva inizialmente faticato a tenere il passo della controparte nazista, ma nel 1941 era stato messo nelle mani di Brendan Bracken – guarda un po’, un editore di giornali e magazine Infatti, tramite gli articoli di Vogue, ci si rivolgeva alla popolazione con fini propagandistici, al fine di favorire i consumi interni, non opporsi al razionamento dei vestiti, essere dalla parte dei più deboli.

Ecco come il giornalismo di moda è molto altro. Potremmo continuare a parlarne per ore, senza dover mai ripetere le stesse cose. Giornalismo è una parola che ha perso molto significato ultimamente, ma basta studiare, leggere ed approfondire per capire che moda e giornalismo sono più che buoni amici!

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