Umberto Pizzi, ci ha lasciato il fotografo della Dolce Vita
Umberto Pizzi, nel corso del tempo, morto oggi 29 settembre, ha riportato la storia attraverso la sua macchina fotografica.

Umberto Pizzi: il fotografo della Dolce Vita
È venuto a mancare Umberto Pizzi, famoso fotografo, nato a Zagarolo nel 1937, e conosciuto per aver documentato la Dolce Vita. Ha catturato con il suo obiettivo personaggi illustri come Berlinguer e Pavarotti, oltre a numerosi politici e celebrità nel corso di oltre sessant’anni.
La sua carriera ha tracciato un percorso che va dal piccolo centro di Zagarolo fino ai grandi conflitti della FAO, passando per star di Hollywood e figure della Seconda Repubblica.
Umberto era più di un semplice fotografo; era un vero narratore visivo dell’Italia, abile nel cogliere sia i momenti pubblici che quelli più intimi. Con lui se ne va un gigante della fotografia d’assalto, capace di raccontare con precisione le glorie e le debolezze della Capitale.
La notizia della morte del fotografo è stata riportata da Mario Ajello, che descrive Pizzi come un amico di lunga data, sempre pronto a condividere aneddoti della sua vita e del suo lavoro.
Una professione e una missione personale
Due erano le frasi ricorrenti quando parlava: una sottolineava il suo impegno professionale come una sorta di missione personale in cui il legame umano era centrale. Inoltre, Pizzi sapeva instaurare una profonda connessione sentimentale con le persone che fotografava.
In Pizzi si univa il talento del fotografo antropologo, capace di distinguere il vero dal falso in un istante, di riconoscere chi aveva carisma solo osservandolo. E questo suo occhio unico sapeva cogliere anche i momenti più toccanti e significativi della storia politica e sociale italiana.
La sua macchina fotografica ha immortalato le figure politiche di tre diverse repubbliche italiane. Con onestà e sensibilità, sapeva raccontare la storia di chiunque attraverso le sue immagini, rendendo indimenticabile ogni scatto, che fosse di una celebrità o di una persona comune.
Unmberto, anche nei suoi ultimi anni, quando la salute aveva cominciato a vacillare, rimaneva attento a ogni occasione, contribuendo fino all’ultimo a narrare quella complessa commistione tra potere e popolo che è Roma.